Marco Gregoretti

EX JUGOSLAVIA: DO YOU REMEMBER SARAJEVO?

EX JUGOSLAVIA: DO YOU REMEMBER SARAJEVO?
  • Testata            Panorama
  • Data Pubbl.     09/07/1998
  • Numero           0027
  • Numero Pag.   74
  • Sezione            ESTERI
  • Occhiello         BALCANI 1 RAPPORTO DALLA BOSNIA A DUE ANNI DALLA PACE
  • Titolo  DO YOU REMEMBER SARAJEVO?
  • Autore MARCO GREGORETTI fotografie di FRANCESCO CITO
  • Testo

La palazzina rossa, all’ inizio della salita del quartiere Grgvarica, è completamente distrutta, sventrata. Russmira, una signora di mezza età dignitosamente vestita, sta ferma in piedi. Sembra non accorgersi che dietro di lei, ma anche davanti, a destra e a sinistra, ci sono soltanto case bombardate, scoperchiate, bucate, bruciate. Stringe in mano un mazzolino di fiori. Aspetta l’ autobus per andare a pranzo a casa dei parenti. “Italiani! Frtelli (la a non la dice)” esclama felice al giornalista e al fotografo di Panorama. La guerra è finita da due anni e mezzo, e Sarajevo cerca di tornare alla normalità. Almeno ci prova. Anche se ha la metà degli abitanti di prima (oggi sono 400 mila): i serbi sono scappati e al loro posto sono arrivati musulmani in fuga da altre città. Non deve essere facile far finta di dimenticare 10 mila morti (180 mila nell’ intera regione) di cui 2.500 bambini con meno di 10 anni, 65 mila feriti, i colpi dei cecchini e quelli dell’ artiglieria dei cetnici che tiravano dalle colline intorno a Sarajevo. Non deve essere facile ignorare la quantità di cimiteri musulmani, cattolici, ebrei. All’ inizio della suggestiva strada che sale fino a Pale, sede del triplo governo provvisorio, probabile nascondiglio di Radovan Karadzic e capitale dei tanti traffici di Rato Spaic, ex capo della polizia serba, si incontra il cimitero ebraico. Una striscia di nastro adesivo annuncia che è ancora interamente minato. In nome e per conto di una follia: la pulizia etnica. Devastante in una città, Sarajevo, abituata alla secolare convivenza religiosa, in una città che ha, una accanto all’ altra, 27 moschee, nove chiese e due sinagoghe. “Ci vorranno generazioni per superare lo shock di una guerra che forse potrebbe spiegare bene Sigmund Freud” dice a Panorama lo psichiatra bosniaco Tarik Dizdarevic. “I bambini che si sono salvati sono stati testimoni di tali violenze e vittime di paure così frequenti che il 10 per cento di loro soffre di disturbi mentali gravi”. Per non parlare di quelli mutilati dalle mine, degli orfani. I bambini non si sentono piangere. Se ne vedono tanti, tra i palazzi fatiscenti di Grgvarica: apatici, sporchi, stracciati. Con il sorriso, ma tristi negli occhi. Admir ha due anni. Insieme al papà Alia e alla mamma Asemina vive aspettando che le autorità li caccino dal cumulo di mattoni che una volta era la casa di una vecchia famiglia di Sarajevo. Senad Nehic, 20 anni, e Asena, 17, hanno un figlio, Adis, di tre. Sono persino riusciti a rendere possibile la vita tra i calcinacci di un appartamento dove tutto è pericolante: le scale, i moncherini dei balconi, i soffitti. La luce non c’ è, l’ acqua neanche. E dentro c’ è una puzza terribile che viene da un antro usato come bagno. Però hanno messo tappeti al pavimento e plastiche colorate alle finestre. Sono profughi musulmani di Srebrenica. E prima di “entrare” si tolgono le scarpe. Dicono solo due parole, tendendo la mano: “Deutsche mark?”. Al numero 23 di Emerica Bluna, in una delle poche palazzine che più o meno stanno in piedi, c’ è una specie di asilo-centro ricreativo per bambini e adolescenti. Si chiama Moj prisatels (il mio amico): due stanze che hanno la moquette ornata con tanti pupazzi colorati, tre piccoli tavoli per mangiare e disegnini attaccati al muro. E’ il contributo per il quale si è battuta Danielle Mitterrand. I 14 bambini seguiti dalle due giovani assistenti sono nati quasi tutti all’ inizio della guerra e sono orfani di padre o profughi. Per un paio di ore al giorno, da Moj prisatels, hanno l’ opportunità di stare insieme, mangiare un po’ e, soprattutto, ascoltare favole. “Purtroppo avremmo bisogno di più fondi” si lamenta Fatima, la direttrice. L’ 8 maggio scorso 48 paesi e 30 organizzazioni non governative si sono riunite a Bruxelles e hanno deciso di stanziare quest’ anno 1,25 miliardi di dollari per la ricostruzione in Bosnia-Herzegovina. Denaro che si aggiunge ai 3,26 miliardi di dollari già arrivati. I fondi hanno dato risultati visibili: 60 mila appartamenti e 600 tra asili e scuole ristrutturati, 900 kilometri di strade ripristinati, 25 mila mine antiuomo rimosse, un’ inezia se si pensa che ce ne sono ancora 3 milioni. Qualche soldo per riparare almeno una stanza delle loro case quasi confinanti e annerite dai proiettili al fosforo li vorrebbero anche Orman Ibrahim, 68 anni, musulmano, vedovo perché la moglie Aisha è stata uccisa da una granata, e Dragan Trsyegnac, 33 anni, slanciato, occhi vivaci, cattolico, ex elettrauto, due figli. “Per cinque anni sono stato con il fucile. Adesso voglio un caffè”. E ride, ride e ancora ride mentre aggiusta da solo l’ aggiustabile tra i resti di quella che era la camera da letto coniugale. Ancora più inaspettata la reazione della signora Russian Redossevic: della guerra non dice nulla. Attacca a parlare di Mantova che le piace tanto e delle vacanze. Così può fare pubblicità al villaggio turistico di Hvar (Croazia) dove lavora il marito Alec: “Guardi che bel posto”. Certamente più gradevole della sua casetta che ha ancora la plastica al posto delle finestre. Quasi rimessa a posto con i soldi dell’ Unione Europea, invece, la palazzina vicino all’ aeroporto dove vive la bionda e minuta Sevdina, 27 anni, una figlia di due e il marito muratore. Sprizza apparente felicità. Al punto che dietro la casa, tra le mura di un palazzo bombardato da tutti i lati, lei e il marito hanno fatto l’ orto. E’ strano come in questa città dove per tre anni si sono ammazzati per strada la gente si muova avanti e indietro senza più paura. Dalla mattina alla sera. E, apparentemente, anche allegra. Se tutto, intorno, non fosse massacrato verrebbe quasi voglia di chiamarla movida. Una movida con lo sguardo all’ ingiù, protetta dai soldati, soprattutto italiani (sono 1.800 in Bosnia), che fanno le ronde a piedi o sui blindati. E resa luccicante dal gran traffico di macchinoni: le limousine degli arabi che qui stanno trattando grandi investimenti e le Mercedes dei pochi veri ricchi, o arricchiti con i traffici di armi. Ci sono i caroselli di auto con le bandiere per la vittoria del Sarajevo calcio. La sensazione è forte. Ma anche angosciante: è un lento ritorno alla normalità o la “spensierata” attesa che i Kalashnikov ricomincino a sparare? Sotto lo stadio del Geleznicar, la squadra dei ferrovieri, c’ è un bar. La cameriera bionda, attillata e truccata come una top model, porta bibite e caffè turco tra i tavolini, ancheggiando senza sorridere. Se ne stanno tutti al sole beati e guardano il palazzo sventrato da una cannonata che ancora cela un deposito di armi. Prendendo il tram che porta in centro, pieno a ogni ora di uomini e donne con i loro sacchetti di plastica, si passa vicino al vecchio grattacielo della presidenza, tutto bruciacchiato, nel viale dei cecchini (Smaia Od Bosne). Durante il percorso, dai finestrini si scorgono un piccolo grill, i fruttivendoli che espongono la frutta e la verdura, il musica club Galaxia, la chiesa evangelica, il palazzo della posta andato in fiamme, la sinagoga, il liceo, la banca centrale, la biblioteca antica, anche lei bruciata con tutti i libri. Ed ecco Bas Carsia, la piazzetta delle botteghe. Il quartiere turco è a due passi. Pullulano le rosticcerie con tavolini dentro e fuori. Hanno gli stessi colori dei McDonald’ s, e preparano i cevapcici, polpette di carne piene d’ aglio. Famigliole, militari, ragazze a braccetto li prendono d’ assalto. E poi si spostano in Ulica Ferhadia, il centro. La strada pedonale dove tra scritte luminose Swatch, Pioneer, Benetton e palazzi d’ epoca bucherellati, qualche donna con il velo islamico e molti giovani bosniaci fanno struscio fino a mezzanotte. Alternano lo shopping ai dehors dei numerosissimi caffè (che qui chiamano café bar): uno ogni 10 metri. Ce ne sono moderni, tecnologici, finti antichi. Alcuni sembrano chalet di montagna. Al café bar tutti si mettono in mostra: i ragazzi con la moto, le ragazze, generalmente alte e appariscenti, con le minigonne e le zeppe ai piedi. L’ alternativa è andare a vedere i film del festival del cinema di Sarajevo organizzato dall’ Obala art centar. Oppure a ballare e ascoltare musica al Jazz bar clou. C’ è Selma, 23 anni, che ogni tanto si esibisce anche come cantante jazz. C’ è Naja, 21 anni, ragazza di buona famiglia, che tutti vogliono fotografare. In tarda mattinata Selma e Naja vanno al café bar dell’ Accademia delle belle arti, in Maca Disdara. La veranda del locale, tavolini bianchi rotondi, e sedie di plastica, è a pochi metri dalla Milijacka, il fiume che taglia in due Sarajevo. Il fidanzato di Naja, Agdal Nuhanovic, 23 anni, capelli corti, occhiali, orecchino appena visibile, papà sociologo, è uno dei 200 studenti dell’ Accademia. “E’ vero” dice Agdal. “Ho rimosso completamente la guerra. E’ una reazione isterica: ho voglia di divertirmi. Durante il conflitto guardavo con il cannocchiale cosa stava succedendo. Oggi scapperei. Per fortuna c’ è la Nato”. Già. Tutti dicono a Sarajevo: se i soldati se ne vanno ricomincia la guerra. Subito.

 

BOX

LA CONTABILITA’ DELL’ ORRORE – Morti in guerra 180 mila in tutta la Bosnia, di cui 10 mila a Sarajevo (e 2.500 bambini con meno di 10 anni nella sola capitale) – Mine antiuomo 3 milioni ancora operative in tutto il teatro bellico – Fondi per la Bosnia 4,5 miliardi di dollari stanziati finora. – Soldati Nato 30 mila (1.800 italiani) “BABY PROSTITUTE PER I SOLDATI” Il giornale “El Mundo” accusa ancora gli italiani in Bosnia Gorana, Sabina, Naida e Svetlana: sono i nomi di alcune delle ragazze minorenni di Sarajevo che, secondo l’ ultimo numero del quotidiano spagnolo El Mundo, si sarebbero prostituite ai militari italiani per 50 e 100 marchi tedeschi (50 e 100 mila lire circa) a prestazione. Nel lungo articolo si ipotizza che le baby prostitute di 14 e 15 anni erano fornite di regolare pass come interpreti. E che alcune volte arrivavano negli alloggiamenti del contingente italiano, vicino allo stadio nuovo, a bordo dei blindati militari. E’ la seconda volta che El Mundo si occupa del comportamento delle truppe italiane in Bosnia. Il 23 maggio scorso il giornale spagnolo rivelò un presunto traffico di prostituzione minorile gestito da militari italiani in combutta con la mafia locale. La notizia, che secondo il quotidiano si basava su un rapporto dei servizi militari spagnoli, fece molto scalpore. E la Nato, su richiesta degli stessi vertici militari italiani, ha aperto un’ inchiesta che, secondo quanto risulta a Panorama, è tuttora in corso. Su entrambe le denunce del Mundo arriva però, secca, la smentita dal comando della Sfor: “E’ improbabile” dicono gli ufficiali addetti ai rapporti con la stampa “che siano successi davvero i fatti raccontati dal giornale spagnolo. Anche se comprendiamo tutti i problemi che ci possono essere quando ragazzi così giovani stanno lontani da casa per tanto tempo: i nostri soldati vanno in licenza ogni 45 giorni”.

 
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