Marco Gregoretti

SESSO IN UFFICIO: EFFETTO MONICA LEWINSKY

SESSO IN UFFICIO: EFFETTO MONICA LEWINSKY
  • Testata            Panorama
  • Data Pubbl.     19/02/1998
  • Numero           0007
  • Numero Pag.   57
  • Sezione            ATTUALITA’
  • Occhiello         SESSO IN UFFICIO DALLA CASA BIANCA ALL’ EUROPA
  • Titolo  EFFETTO LEWINSKY, CHIAMATE IL CONSULENTE
  • Autore MARCO GREGORETTI
  • Testo

Il problema non è più se il misfatto, anzi i reiterati misfatti, ci siano stati davvero. Tanto nessuna testimonianza potrà mettere d’ accordo i teorici del complotto politico ordito attraverso la giovane stagista Monica Lewinsky e gli accusatori dei presunti eccessi testosteronici del presidente americano Bill Clinton. E poi non è detto che le due ipotesi, apparentemente agli antipodi, si escludano a vicenda. E’ successo che dopo aver scandagliato, ingrandito, discusso, studiato ogni aspetto del Sexgate clintoniano, mass media e opinione pubblica siano andati oltre. Così, tra elencazioni televisive sul numero delle fellatio presidenziali e trasgressioni titolistiche di giornali che per la prima volta hanno usato la parola p…, lo scandalo è uscito dalla Casa Bianca e dai tribunali ed è entrato negli uffici di mezzo mondo. E’ quello che il settimanale economico Business Week ha chiamato “Lewinsky effect”. Tutto ruota intorno al sottile confine tra prevaricazione palese e mascherata. E a tre parole chiave: amore, sesso, ufficio. Cosa succede quando un capo, o una capa, si spinge un po’ troppo in là? Come si deve comportare l’ oggetto delle attenzioni? E’ tollerabile per un’ azienda che un dirigente abbia una relazione sentimentale con la segretaria? O che un capo si lasci andare ad atteggiamenti molesti verso i collaboratori? L’ effetto Lewinsky le ha trasformate in domande cruciali. La versione qualunquistico-pragmatica della risposta dice: Clinton insegna, non vale la pena mettere a rischio la carriera per correre dietro a una gonnella. Quella invece dibattuta in questi giorni replica: non sono accettabili ricatti sul posto di lavoro. Già da tempo l’ Unione Europea ha disposto che in fabbriche e uffici vengano introdotti precisi codici di comportamento perché “per molestia sessuale si intende ogni comportamento indesiderato basato sul sesso che offenda uomini e donne, ivi inclusi atteggiamenti male accetti di tipo fisico verbale o non verbale”. Come dire: attenzione, ne succedono di tutti i colori. E non sono semplici scherzi tra colleghi. La casistica italiana non smentisce. Solo a Milano nell’ ultimo anno il Centro donna della Cgil ha ricevuto 60 segnalazioni. C’ è l’ operatore turistico bisex di cui si innamora il direttore gay: vuole troncare la relazione e si ritrova a spasso. C’ è la giornalista freelance che cade in depressione e telefona disperata a una delle tante associazioni perché il ricatto che subisce è fin troppo chiaro. O la rappresentante che rinuncia al lavoro e va per vie legali perché il capoarea, minacciandola di licenziamento, pretende attenzioni che lei non vuole concedergli. O, ancora, il caporeparto sorpreso mentre si faceva masturbare da una dipendente terrorizzata. E quello che in lacrime ha ammesso e si è scusato: “Mi faceva impazzire. Quando la vedevo non capivo più niente”. A volte queste storie finiscono in tribunale, a volte si risolvono con una transazione. Spesso la via seguita è quella del trasferimento di una delle parti in causa. Più raramente il licenziamento. Anche della vittima. L’ Italia, comunque, ha preso a cuore il problema. Senza grandi clamori molte aziende pubbliche e private hanno messo a bilancio la figura del consigliere di fiducia. Un consulente esperto in materia di molestie sessuali, ma al di sopra delle parti e “scaltro” al punto da capire se la segnalazione è vera o falsa. Anche in alcune amministrazioni pubbliche, nei cui uffici, evidentemente, la molestia è frequente, c’ è il consigliere di fiducia. E’ già al lavoro negli uffici delle amministrazioni provinciali di Catania, Torino e Milano e dipende dall’ assessore del personale. “Faccio una piccola inchiesta iniziale parlando con molestati, molestatori, loro colleghi, e poi presento la relazione all’ assessore” spiega Pina Madami, ex sindacalista, imprenditrice e consigliere di fiducia della Provincia di Milano. “Non c’ è alcun intento inquisitorio” aggiunge “e si cercano soluzioni che evitino il tribunale”. Nella prima relazione Madami racconta nove casi. Tutti di donne: otto in servizio nelle scuole e una nella sede della Provincia. Ma in realtà le telefonate ricevute al numero verde sono state almeno trenta. Riserbo assoluto sulle storie e sull’ iter che hanno seguito dopo essere state segnalate. Si sa solo che un dipendente un po’ molesto è stato trasferito in un altro ufficio. Ma che identica sorte è stata scelta anche da una vittima: l’ importante per lei era cambiare aria. “Anche perché” dice ancora Madami “le pressioni possono essere tante. Infatti da quest’ anno ricevo fuori dagli uffici della Provincia”. Che in ufficio si torni a lavorare e basta?
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