Marco Gregoretti

TESTIMONI A RISCHIO IL CASO DEL MARESCIALLO FRANCESCO ALOI GUAI A CHI PARLA DI SOMALIA

TESTIMONI A RISCHIO IL CASO DEL MARESCIALLO FRANCESCO ALOI  GUAI A CHI PARLA DI SOMALIA
  • Testata Panorama
  • Data Pubbl. 11/12/1997
  • Numero 0049
  • Numero Pag. 73
  • Sezione ATTUALITA’
  • Occhiello TESTIMONI A RISCHIO IL CASO DEL MARESCIALLO FRANCESCO ALOI
  • Titolo GUAI A CHI PARLA DI SOMALIA
  • Autore MARCO GREGORETTI
  • Testo

 

Il padre, carabiniere pluridecorato e invalido per servizio, dopo averlo deplorato, ora teme per la sua vita. E ha esternato per iscritto le sue angosce, tra l’ altro, al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio, al ministro della Difesa e al comandante generale dei carabinieri. Giuseppina, la compagna, per lo stress è dimagrita 15 chili, e sta per iniziare lo sciopero della fame e della sete. Non basta: pur essendo in convalescenza per i postumi di una brutta caduta, lo hanno sfrattato dall’ alloggio di servizio, senza motivi apparenti visto che nello stesso stabile ci sono altri appartamenti vuoti. Si è sistemato in un magazzino dove ha portato le sue cose, compreso il letto. Ma, a volte, dorme anche in tenda nei boschi “perché temo per la mia incolumità”. E’ la strana storia del maresciallo capo Francesco Aloi, 37 anni, paracadutista del primo battaglione Tuscania. Sì, proprio il famoso Aloi autore del diario denuncia sui presunti stupri, traffici illeciti, torture di cui si sarebbero macchiati gli ufficiali italiani in Somalia durante la missione di pace Ibis. Le notizie filtrarono alla stampa a metà agosto e gettarono altra benzina sul fuoco delle rivelazioni choc fatte a Panorama dai parà Michele Patruno e “Stefano”. Dal quadernetto del maresciallo saltarono fuori violenze a donne infibulate, leggerezze militari, morti sospette, agguati oscuri, traffici di armi tra ufficiali italiani e capifazione somali, pranzi a base di aragoste e primizie varie, ospedali da campo che svanivano nel nulla. Quelle paginette scritte a mano gettarono ulteriori sospetti sulla morte di Ilaria Alpi, la giovane giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio in circostanze mai chiarite. Insomma, per il maresciallo Aloi c’ erano tutti i presupposti per diventare una specie di eroe che sfida i potenti. Ogni pezzo del suo diario, per Antonino Intelisano, il procuratore della Repubblica militare che indaga sulla Somalia, si è trasformato in “riscontro attendibile” per altrettanti filoni d’ inchiesta. Da fine agosto, di settimana in settimana, si aspettava “il botto”: colpe e colpevoli. E invece… Cala il silenzio La commissione Gallo, sebbene riconvocata proprio a causa del diario, non ha finora sentito Aloi. Di più: ha ascoltato solo gli ufficiali che lui accusava. Di tutte le altre inchieste (vedere riquadro a pagina 74) si sa poco o nulla. I giornali non ne hanno più parlato. Insomma, sul caso Somalia è calato il silenzio. Ma è iniziata, appunto, la strana storia del maresciallo Aloi. Che il padre, Federico, nella lettera alle autorità, interpreta così: “Il sottoscritto teme che il proprio figlio, per aver compiuto il proprio dovere e messo in evidenza fatti molto gravi e che possono intaccare interessi e responsabilità di diverse persone, possa essere oggetto di larvate e / o indirette intimidazioni e attentati alla vita stessa con modalità e circostanze dissimulanti incidenti e disgrazie”. Esagerazioni? Oppure c’ è del vero? Panorama ha raggiunto il maresciallo che, carte alla mano, ha raccontato la sua versione. Trauma cranico in caserma Aloi parla di accanimento esasperato da parte di alcuni colleghi e superiori della caserma di San Miniato, dove vive. Ricorda di un incidente a Prato. Cadde dalle scale in caserma e picchiò la testa: trauma cranico e 15 minuti senza sensi. Pochi giorni prima la sua compagna era stata al comando regionale dell’ Arma a parlare del diario sulla Somalia. Da allora Aloi soffre di una sindrome comiziale morfeica (crisi epilettiche). Il 4 settembre viene convocato come persona informata sui fatti nella caserma dei carabinieri di San Miniato da due magistrati della procura di Livorno: Carlo Cardi ed Elsa Iadaresta. “Proprio nella tana del lupo: il capitano Enrico Scandone (comandante di carabinieri di San Miniato, ndr) è amico di uno degli ufficiali di cui parlo nel diario. Eppure, ci sono andato lo stesso: avevo 40 di febbre. Si sono chiusi nell’ ufficio del maresciallo Francesco Carmelo Alati, e mi hanno lasciato fuori ad aspettare 50 minuti. Quando non ce l’ ho più fatta ho chiesto a un collega di accompagnarmi nel negozio di Giusy, la mia compagna. Arriva una pattuglia: vogliono prelevarmi a tutti i costi. Poi chiamano un medico del Centro di igiene mentale”. Che diagnostica: stato di incoscienza, tremore all’ arto destro, non risponde agli stimoli vocali e tattili, lievemente risponde allo stimolo luminoso. Da allora, secondo quanto sostiene l’ autore del diario, “invece di un intervento da parte del comando generale in mia difesa è iniziata una persecuzione”. Fino all’ episodio che ha indotto Aloi a denunciare alla procura militare Cardi, Iadaresta e alcuni carabinieri di San Miniato. Quelli della Fiat Uno E’ il 16 ottobre. Il maresciallo ha una crisi. La compagna chiude il negozio, lo carica in macchina per portarlo all’ ospedale di Fucecchio. Una Fiat Uno grigia senza lampeggianti li affianca e taglia loro la strada. Un vicebrigadiere in borghese urla “Scendete!” e strappa le chiavi dal cruscotto. Sopraggiunge una Fiat Tipo bianca: a bordo, secondo quanto Aloi ha dichiarato a Intelisano, ci sono Alati, Scandone e l’ autista della procura di Livorno. Maresciallo e compagna vengono portati nella caserma di Ponte a Egola, una frazione di San Miniato. Aloi ci arriva in piena crisi, semincosciente. Lo mettono sulla sedia davanti ai pm di Livorno che lo interrogano alla presenza di 10 persone. Lui respira a fatica. E’ cianotico. Chiamano un medico. Arriva una dottoressa con l’ ambulanza che si infuria con i presenti e dispone il ricovero d’ urgenza in rianimazione, nonostante i magistrati, secondo la denuncia, “diagnosticarono una crisi da calunnia”. Passano pochi giorni e un maresciallo dei carabinieri, suo sottoposto, gli notifica lo sfratto dall’ alloggio di servizio: “Eppure ci sono altri alloggi liberi in questa palazzina, il capitano Scandone è scapolo e ha 130 metri quadrati: mi hanno concesso una piccola proroga per portare via la mia roba. E ora vivo un po’ in questo magazzino dove ho stipato tutti i mobili di casa, le carte, il computer e un po’ sotto la tenda della mia dotazione personale di paracadutista del Tuscania. La stessa di tante missioni…”. Dice Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa del Senato, che ha denunciato pubblicamente la vicenda Aloi: “I militari hanno sufficienti mezzi per renderti la vita impossibile”. E Accame, ex ammiraglio, è uno che se ne intende. Ma in ogni caso resta l’ interrogativo di sempre: quando sapremo se le accuse del diario sono vere o no?
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