Marco Gregoretti

La banda della Uno Bianca

La doppia vita di Roberto Savi & C.

La banda della Uno Bianca

Voleva che la moglie non solo sopportasse, ma interpretasse attivamente e senza creare problemi il ménage à trois: lui, lei e la bella nigeriana. Stella Okonkwo, 20 anni, adesso per ragioni di sicurezza si è nascosta, forse in un convento. Il suo benefattore, quel Roberto Savi, 40 anni, forlivese, poliziotto e padre di famiglia che, come raccontano in questura, “la nigeriana l’aveva acquistata per 10 milioni”, è invece in una cella di massima sicurezza di un carcere militare.

L’assistente capo del 113 di Bologna, infatti, dopo 17 anni di servizio, lunedì 21 novembre alle nove di sera è stato arrestato dai suoi stessi colleghi. Le segretissime indagini partite dal commissariato di Rimini avevano fugato ogni dubbio: Savi era uno dei poliziotti, forse il più spietato, che facevano parte della terribile banda della Uno bianca. Povera Stella. Con lui credeva di essersi garantita una vita più che dignitosa: le pagava un appartamento a Borgonuovo di Pontecchio Marconi e la portava a ballare e a fare karaoke allo Chalet delle Rose. Ma quel premuroso amante in realtà era uno spietato killer e rapinatore. “Un criminale” tagliano corto i poliziotti. A bordo della Uno simbolo del terrore per almeno sette anni ha ucciso a sangue freddo e commesso rapine.

A carico della gang potrebbero esserci 18 omicidi, e forse di più, tra cui quelli di cinque giovani carabinieri. Quando il questore di Bologna, Aldo Gianni, lo ha chiuso in una stanza e “da collega” gli ha chiesto: “Perché?”, Savi ha fatto gli occhi di ghiaccio e si è limitato a rispondere: “Si ricordi, signor questore, che una pistola era pronta anche per lei”. Una faccia da duro che recitava l’ultima scena. Perché intanto dal ministero dell’Interno era partito l’ordine: prenderli tutti e subito.

Eva Mikula

Eva Mikula

Nella rete della polizia di Stato, in rapida successione, sono finiti altri criminali. Prima i fratelli di Roberto Savi: Fabio e Alberto. Il primo, 34 anni, camionista, era l’amante di una importante pedina delle indagini: Eva Evit Mikula, 19 anni, avvenente cameriera di origini romene per la quale Fabio mollò la moglie. Che del marito assassino aveva capito tutto da tempo. “È stato beccato come un pivello, senza neanche un documento falso, mentre scappava a piedi da un’area di servizio a Tolmezzo (Udine)” raccontano alla polizia. Quanto ad Alberto Savi, ha 29 anni, è padre di un bambino di 4, e anche lui faceva il poliziotto, a Rimini.

A finire nel sacco sono poi stati gli altri agenti: Pietro Gugliotta, 34 anni, assistente, addetto all’inserimento nel computer delle schedine degli alberghi; Marino Occhipinti, 29 anni, abile investigatore antidroga che ricevette persino un encomio; Luca Vallicelli, 34 anni, più volte ripreso dai superiori per le sue comparsate televisive da Davide Mengacci e da Rita Dalla Chiesa. “È una buona base investigativa” ha ammesso il questore Gianni dopo gli arresti. “Non posso dire niente, però, su eventuali collegamenti con criminalità organizzata, terrorismo, falange armata o altro. L’operazione è al 90 per cento: abbiamo preso tutti gli attori”. Già, è proprio questo il punto. Ed è quello che si chiedono un po’tutti: oltre agli attori, ci sono dei registi? C’è un livello superiore da indagare? Ha ragione chi parla di schegge impazzite dei servizi segreti? E se c’è un’organizzazione, dove si annida? Insomma molti dubitano che la premiata ditta Fratelli Savi &C. facesse tutto da sola. Conferma indirettamente il questore: “Noi sapevamo che stavano preparando una rapina. Ma loro sapevano che noi sapevamo”.

Un rompicapo dietro al quale potrebbero nascondersi interessi oscuri. Come il commercio di armi: la santabarbara nei garage dei fratelli Savi potrebbe essere soltanto la parte visibile. Non solo, insomma, una passione ereditata dal padre Giuliano, anche lui torchiato per ore dagli inquirenti come persona informata dei fatti. Si parla di un misterioso traffico di mercurio, e c’è chi fa notare come “una fidanzata proveniente da paesi dell’Est giustifichi i frequenti viaggi in quegli stati. Dove, si sa, le armi si comprano facilmente. E se poi alla frontiera si mostra il tesserino da poliziotto, nessuno controlla”. Altri arrivano a ipotizzare un’agenzia criminale con killer e armi in affitto: si spiegherebbero, almeno in parte, alcuni fatti di sangue in apparenza immotivati.

I poliziotti della centrale operativa di Bologna in questo vortice di arresti e sospetti non vogliono essere criminalizzati e si aggirano nei corridoi spaesati. Non si spiegano quelle doppie vite di colleghi con i quali andavano a cena alla fine del turno. Ma il segreto di Roberto Savi e degli altri era proprio questo: basso profilo nel lavoro. I turni tra i 190 agenti dell’ufficio volanti lasciano inoltre molto tempo a disposizione. E loro sapevano come impiegarlo. Nei rapporti tra colleghi, concedevano poca confidenza ma comunque apparivano disponibili. S.F., 24 anni, agente scelto, un pistolone infilato nella cintura dei jeans, conosceva bene Gugliotta. “Aveva una casa normale a Vignola, due figli, l’hobby del bricolage. E pochi soldi, visto che aveva fatto il piccolo prestito di 10 milioni per ristrutturare il rustico del suocero. Vestiva dimesso e si era appena comprato una Ford Escort Station Wagon a rate”. Ma S.F. ha un rospo in gola: “Quando hanno arrestato Roberto Savi, Gugliotta mi ha detto: mi sento tradito due volte, come poliziotto e come amico”.

Uno-Bianca

Uno Bianca – La strage del Pilastro

Savi e Gugliotta avevano una piccola barca in Toscana per la pesca subacquea. Uno dei passatempi preferiti di Roberto Savi, oltre a quello tristemente famoso delle armi. Aveva anche l’hobby della motocicletta. Nel cortile della piccola casa con porta e finestre blindate, in via Signorini 11, dove viveva con la moglie Annamaria Ceccarelli e il figlio di nove anni, passava ore a lustrare la sua Kawasaki 1000 bianca e azzurra. “Andava a fare con altri colleghi gite in moto su per gli Appennini, al passo della Futa” racconta un agente che è stato per un anno compagno di volante di Savi e che fu “molto contento di non lavorare più con lui, perché non cercava l’affiatamento”.

Una volta, durante una di quelle escursioni motociclistiche, dietro una curva spuntarono alcune galline. Savi si divertiva molto a ricordare che l’ultimo della comitiva ne investì una. Esterrefatti i vicini di casa. Anche perché in zona abitano due altri poliziotti e due carabinieri. “Era il condomino più simpatico di tutti, e dava sempre una carezza a mia figlia” racconta sconcertato Adriano Tonelli che vive nell’appartamento a fianco. Il gestore della carrozzeria su cui si affacciano le finistre di casa Savi, invece, ricorda: “Era un tipo gentile. Ho avuto solo qualche discussione con sua moglie perché diceva che facevo troppo rumore. Lo vedevo, mai in divisa, sempre con una valigetta in mano. Parcheggiava la sua Thema grigia qui fuori”.

Il garage che aveva nel centro commerciale Vittoria, in viale Togliatti, infatti, gli serviva per custodire qualcos’altro. E soltanto adesso alla lavanderia dello stesso centro commerciale ci si chiede come mai la moglie continuava a portare a lavare giacche e giacconi nuovi e da uomo. Viene descritto come una persona particolarmente affettuosa l’altro Savi poliziotto, Alberto. Abitava, con la moglie Antonella Bollini di 29 anni, il figlioletto Michael, i cognati, le cognate e il suocero, al Farneto, isolata e quasi impenetrabile campagna vicino a Villa Verrucchio. Un cognato con i baffoni neri accoglie Panorama con uno scatto di rabbia: “Che volete?”. Siamo giornalisti. “E allora vi dico che qui non c’è nessun Savi. L’abbiamo cancellato!”. Poi, quasi piangendo, si lascia andare ai ricordi: “Alberto era più di un fratello per me. Abitavamo di fronte. Ma io gli telefonavo lo stesso. E gli dicevo: pio, pio. Lui mi rispondeva: vieni qui che ho il mangime. Era il nostro modo di invitarci a fare una partita a scala 40″. Nel cortile tutti sembrano molto tristi.

Quel giovane poliziotto, che qui chiamano Luca “perché il nome Alberto è troppo lungo” sembrava la quintessenza della bontà. Portava il suo bambino e i nipotini all’Acquafan. Regalava sempre mazzi di rose alla consorte. E quando nacque il figlio, nel 1990, data che segnerebbe la sua uscita dalla banda della Uno bianca, accolse l’invito della moglie di vendere la potente motocicletta. Si comprò una bici. Un bucolico, insomma, così diverso da Fabio, l’unico dei tre a non essere poliziotto, il più esaltato. Dal suo paese, Torriana, poco più che un villaggio su cui incombono le montagne, si vede San Marino. Nessuno conosce Fabio Savi: né la macellaia, né il barista: “Avevo notato qualche volta la bella Mikula che veniva a prendere il caffè in motorino e minigonna”. Eppure abitavano a due passi, in piazza della Libertà.

Panorama [09/12/1994]

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