Marco Gregoretti

SOMALIA: E INTANTO IN GALERA C’ E’ SOLTANTO UN SOMALO

SOMALIA: E INTANTO IN GALERA C’ E’ SOLTANTO UN SOMALO
  • Testata            Panorama
  • Data Pubbl.     05/02/1998
  • Numero           0005
  • Numero Pag.   58
  • Sezione            ATTUALITA’
  • Occhiello         SCANDALI COME SI E’ COMPLICATA (E POTREBBE INSABBIARSI) UNA VICENDA FIN TROPPO SEMPLICE
  • Titolo  E INTANTO IN GALERA C’ E’ SOLTANTO UN SOMALO
  • Autore MARCO GREGORETTI
  • Testo

All’ inizio furono Michele Patruno e Stefano. Poi arrivò il diario del maresciallo Francesco Aloi. E ora c’ è un nuovo supertestimone trovato da Panorama. Che sia difficile sostenere la teoria delle mele marce è dimostrato dallo stesso dedalo di organismi che a vario titolo indagano: almeno otto procure della Repubblica, una militare, tre commissioni. Ci sono pochi dubbi: in Somalia, a partire dal 1993, durante Restore Hope (Restituire la speranza), il contingente italiano ha frequentemente tenuto comportamenti non proprio allineati con lo spirito di una missione umanitaria. E’ pur vero che, tra testimoni che vengono fatti venire in Italia e poi vengono smontati dagli stessi che li hanno chiamati, silenzi sorprendenti di alcuni politici e prese di posizione contro il “fango sull’ esercito” di altri, il bandolo della matassa di un inquietante scandalo si perde, si nasconde. Se si esclude l’ arresto del somalo Hashi Omar Hassan, sembra che non ci sia neanche un colpevole. Eppure, il procuratore militare Antonino Intelisano martedì 20 gennaio, sentito per un’ ora e mezzo dalla commissione Difesa del Senato, ha confermato tutto aggiungendo che l’ aspetto più delicato dell’ intera vicenda riguarda il traffico delle armi e della droga. Con buona pace della commissione governativa presieduta da Ettore Gallo che sembra temere i suoi stessi atti, come dimostrano le frasi non verbalizzate sulle responsabilità dei vertici militari pronunciate da Aloi durante la sua audizione del 12 gennaio e riportate da Panorama. Verrebbe quasi la tentazione di pensare a un maldestro tentativo di confondere le acque. Invece, in questa intricata vicenda ci sono soprattutto tre capitoli fondamentali molto semplici e chiari. Le foto dello scandalo Aden Abukar Ali, detto “il guercio”, ha raccontato di avere un testicolo completamente fuori uso. E’ arrivato in Italia domenica 11 gennaio insieme ad altri 10 somali presunti torturati che hanno chiesto asilo politico al nostro Paese. Aden sarebbe l’ uomo nudo fotografato mentre il sottufficiale della Folgore Valerio Ercole e altri militari gli applicavano gli elettrodi ai genitali. Quelle foto le cedette a Panorama un ex parà, Michele Patruno, che raccontò la barbarica operazione. La settimana dopo, in redazione arrivò Stefano con immagini ancor più agghiaccianti: una ragazza somala legata a un carro e intorno un gruppo di militari che si divertivano a violentarla con una bomba illuminante cosparsa di marmellata. “Le ho fatte io” confessò prima di presentarsi volontariamente, di notte, a Roma, al dottor Intelisano per testimoniare. Partirono le inchieste: quella della procura militare e quella avviata dalla procura della Repubblica di Livorno. Il governo istituì una commissione d’ inchiesta presieduta dal professor Gallo. Anche l’ esercito avviò un’ indagine interna e la affidò al generale Gianfranco Vannucchi. I generali Carmine Fiore e Bruno Loi, che comandavano il contingente italiano in Somalia, si autosospesero. Stefano iniziò un lungo peregrinare tra commissioni e procure. A Livorno interrogarono alcuni suoi ex commilitoni e anche un sottufficiale che molti di loro avrebbero riconosciuto. Tra gli interrogati, alcuni reduci della Somalia che non si sono mai più ripresi: come risulta a Panorama, anche uno dei primi sospettati della banda dei sassi di Tortona, un ex ufficiale agli arresti domiciliari per droga, un ex parà anche lui implicato in un traffico di droga, addirittura due soldati che, nel frattempo, si sono fatti operare e sono diventati donne. Ad agosto, la commissione Gallo si pronuncia: gli episodi della tortura e dello stupro sono veri, anche se non ci sono ufficiali di mezzo. Ma, ancora oggi, non esiste un colpevole. Ercole è in servizio e sta per partire in missione per la Bosnia, mentre il suo collega sospettato dello stupro minaccia querele. E Daira Salad Osman, la ragazza che la commissione governativa ha fatto arrivare da Mogadiscio come la vittima delle foto, in realtà racconta un’ altra violenza. Mentre qualcuno dubita che Aden Abukar Ali sia davvero il torturato delle prime foto. Ma se non si trovano le vittime, possibile che i colpevoli la debbano fare franca? Un diario che scotta Insomma: la tortura c’ è stata, lo stupro anche. Ma gli autori, chissà. La commissione Gallo l’ 8 agosto annuncia la fine dei lavori. Ma Falco Accame, ex senatore ed ex presidente della commissione Difesa del Senato, proprio alla conferenza stampa si alza e dice: “Ma come! Vi ho scritto che esiste un memoriale acquisito da Intelisano e voi chiudete?”. E’ il diario del maresciallo capo del Tuscania Francesco Aloi, 37 anni, 17 di servizio, da maggio a fine luglio ‘ 93 a Mogadiscio. E’ un documento scottante che chiama in causa, con nomi e cognomi, ufficiali e sottufficiali. Le rivelazioni contenute sono forti. Come sui fatti del 2 luglio, quando al check point Pasta tre militari italiani persero la vita durante aspri combattimenti. Secondo il diario, l’ episodio scatenante fu proprio lo stupro e la morte di una donna della tribù di Aidid. E poi: violenze su donne con i nomi di chi le ha commesse, torture e morti di prigionieri, armi rastrellate che non venivano catalogate, traffici di ogni genere, esecuzioni… Ancora: la morte di Vincenzo Li Causi, istruttore di Gladio e agente del Sismi che in Somalia indagava anche su questi fatti, ucciso a fine ‘ 93; quella, misteriosa, avvenuta due anni dopo a Livorno di Marco Mandolini, incursore e uomo di punta della scorta del generale Loi in Somalia. Infine tutto ciò che, secondo Aloi, la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme all’ operatore Miran Hrovatin, avrebbe visto e documentato: altri stupri, violenze e traffici. E le liti che, proprio per questi motivi, Ilaria Alpi avrebbe avuto con il generale Loi (Panorama numero 3). Intelisano crede al diario. Il documento interessa varie procure: Livorno, Trapani, Trieste… La commissione governativa convoca Aloi dopo quattro mesi, il 12 gennaio. Tre ore di interrogatorio e Gallo dice: “Aloi non ha detto nulla”. Non è vero. Panorama pubblica il resoconto reale dell’ audizione. Nessuno smentisce. Ma per ora l’ unico ad avere avuto delle noie è stato proprio Aloi. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin Con il diario del maresciallo Aloi, il Somaliagate si intreccia con una vicenda che stava cadendo nel dimenticatoio tra magistrati che cambiavano e periti che si contraddicevano: l’ uccisione a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Hrovatin. Ad agosto il pm Franco Ionta, che ha “ereditato” da Giuseppe Pititto l’ inchiesta sul caso Alpi, interroga Aloi. Sembra dissolversi la cortina fumogena: poco prima di Natale arriva una superperizia già richiesta da Pititto. Ilaria Alpi è stata uccisa da una pistola e non da un kalashnikov. Come dire: colpo sparato a bruciapelo, da dietro, sulla nuca. Ma chi e perché l’ ha uccisa? In carcere finisce un somalo arrivato in Italia per testimoniare sulla strage dei pescecani: sarebbe l’ unico superstite di 17 somali buttati in mare incaprettati. Si chiama Hashi Omar Hassan: avrebbe fatto parte del commando che avrebbe fatto fuoco sui due giornalisti. Lo accusano due testimoni: Ahmed Ali Rage, detto Jelle, e Syd Ali, l’ autista che il 20 marzo 1994 guidava la Toyota su cui viaggiavano i due giornalisti. Ma i due interrogatori si contraddicono persino su dove fosse seduto Hashi: vicino all’ autista, dice Jelle; no, dietro ribatte Syd. Risultato? Torture e stupri documentati da fotografie. Gravissime notizie di reato in un diario scandalo che porta nuove informazioni anche su fatti quasi dimenticati. E dietro le sbarre, dopo oltre 200 giorni di “inchieste”, c’ è soltanto un accusato. Somalo. SETTE MESI, MILLE INCHIESTE E ANCORA NULLA DI FATTO 1 LE FOTO DI PANORAMA Nel giugno 1997 due servizi di “Panorama” scuotono l’ opinione pubblica: le prime foto mostrano un militare italiano che applica elettrodi ai testicoli di un prigioniero somalo denudato; la settimana successiva “Panorama” documenta lo stupro (con una bomba illuminante) di una donna somala legata a un mezzo militare. Dei due episodi si sono occupati due procure e due diverse commissioni. Eccole. Procura militare di Roma (guidata da Antonio Intelisano) Commissione d’ inchiesta nominata dal governo (presieduta da Ettore Gallo) Procura della repubblica di Livorno (sostituto procuratore Ugo De Carlo) Commissione disciplinare dell’ esercito (guidata dal generale Gianfranco Vannucchi) 2 IL DIARIO ALOI A luglio viene consegnato al procuratore Intelisano un nuovo documento: il diario del maresciallo Francesco Aloi, carabiniere in Somalia, contiene accuse gravissime (esecuzioni, traffici d’ armi e di droga…). Il memoriale si intreccia con altre inchieste, comprese quelle sugli omicidi dell’ incursore del Col Moschin Marco Mandolini, dell’ agente del Sismi Vincenzo Li Causi e dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Si moltiplicano i filoni di inchiesta. Ecco chi indaga. Procura militare di Roma Commissione Gallo Procura di Livorno Procura di Roma Procura di Trapani Commissione Vannucchi Commissione Difesa del Senato (presieduta da Libero Gualtieri) 3 NUOVI SOSPETTI SUL CASO ALPI Sull’ omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin indagava da tre anni la Procura di Roma. Ultimo pm ad occuparsi del caso, Franco Ionta. Che viene coinvolto dal contenuto del diario Alpi. Il diario Alpi ipotizza che la giornalista fosse a conoscenza di altri stupri e torture (oltre che di traffici di vario genere) commessi da militari italiani. A questo punto sul caso Alpi indagano sei diverse istituzioni. Procura militare di Roma (Intelisano?) Procura di Roma (Franco Ionta) Procura di Trieste Procura di Udine Commissione Gallo Commissione Difesa del Senato (Gualtieri) RISULTATI 1 – Dopo gli espisodi documentati da Panorama cinque i militari indagati: due per le torture (il sottoufficiale della Folgore Valerio Ercole e il parà Antonello Mignego) e tre per lo stupro (il sottoufficiale Antonio Meligeni e i parà Michele Di Pasquale e Massimo Patania). – La commissione Gallo ha chiamato in Italia le due presunte vittime: Aden Abukar Alì e Daira Salad Osman. Ma ci sono forti dubbi che siano davvero quelli delle foto. 2 – L’ unico ad aver avuto noie finora è l’ autore del diario, Francesco Aloi, ascoltato da Gallo soltanto il 12 gennaio. In agosto era stato interrogato dal pm Ionta e, diverse volte, da Intelisano. Al momento non si ha notizia di alcun provvedimento giudiziario. 3 – Sul caso Alpi, l’ unico finito in galera è Hashi Omar Hassan, un somalo chiamato in Italia dalla commissione Gallo per testimoniare di presunte torture subite. BILANCIO FINALE Autosospensioni dalle Forze armate: 2 (generale Carmine Fiore, a fianco con il basco blu, e generale Bruno Loi) Rinvii a giudizio: nessuno Indagati: 5 In carcere: 1 (un cittadino somalo)

 

BOX

“HO VISTO ANCH’ IO. E CONFERMO”

C’ è un nuovo testimone, che parla di violenze e traffici Oggi è in congedo, ma nel 1993 era a Mogadiscio, e per grado e funzioni ha visto e sentito molte cose, ha già parlato per otto ore con Antonino Intelisano, accetta di incontrare Panorama ma chiede l’ anonimato. C’ è un nuovo supertestimone. Che parla, parla e lancia accuse gravissime che, se documentate, potrebbero arricchire il Somaliagate di nuove, inquietanti conferme. Racconta l’ ex ufficiale: “Una mattina, al raggruppamento Alfa, al Porto vecchio, vidi gli italiani che incaprettavano sei somali. Stettero due giorni con il sacchetto militare in testa. E poi che fine hanno fatto? A mare”. Le sue parole sembrano confermare le circostanze raccontate da Francesco Aloi nel suo memoriale: “Frequentavo Aloi e mi raccontava. Il 30 aprile 1993 ho conosciuto anche Ilaria Alpi. Era molto interessata alla situazione delle donne somale. Sapeva degli stupri. Quelli del Porto vecchio dove la zona italiana confinava proprio con il campo del reparto canadese che fu poi sciolto per le torture. Dentro la zona italiana stazionavano due prostitute: una si chiamava Fortuna. Mi ricordo Ilaria a quella cena che, credo, dovesse servire al generale Loi per fare la pace con lei. C’ era un operatore della Rai che filmò tutta la cena”. Si guarda intorno quando racconta del check point Pasta: “Quel giorno, il 2 luglio, alle 7.45, ero al Porto vecchio. Stava per scoppiare il casino. Andai verso l’ ex ambasciata per sapere cosa stava succedendo. Alle 8.10 arrivarono il generale Loi e la sua scorta. Dall’ ex ambasciata usciranno soltanto alle 16, a battaglia finita. Arrivò intanto la troupe del Tg1, gli unici accreditati quel giorno, gli era stato dato anche un giubbotto antischegge di fabbricazione americana. Guardai nel piccolo monitor le immagini che avevano appena girato: si vedeva chiaramente gente che sparava ad altezza d’ uomo. La sera parlai con un sottufficiale del Col Moschin. Mi raccontò che quella mattina, durante un incontro tra Loi e gli anziani della tribù di Aidid, era stato portato il cadavere di una donna somala. I capitribù mandarono via il generale dicendogli: adesso non garantiamo più per te”. Il testimone affronta anche il capitolo dei piccoli traffici: armi e droga. “C’ era un colonnello che girava con una Colt government. Mi ricordo di un soldato a cui i somali rubarono un Scp 70 / 90, restituito poi mezzo rotto dietro il compenso di mille dollari. Nel cortile dell’ alloggiamento degli incursori del Col Moschin c’ era una specie di self service di bombe a mano, russe e cinesi, sequestrate. I verbali dei sequestri praticamente non esistevano”. Dai traffici alle perquisizioni: “In Italia è stato portato di tutto: bombe a mano, scorpioni vivi, scimmiette. Persino una pietra miliare dell’ epoca del fascismo. Poi ci fu un giro di vite. Che funzionò fino a quando un colonnello fu fermato all’ aeroporto di Mogadiscio con un sacchetto di droga”.
facebooktwitter