Marco Gregoretti

Chi ha ucciso Meredith? Questo e’ il punto

Chi ha ucciso Meredith? Questo e’ il punto

A Firenze si sta celebrando il nuovo processo per l’omicidio di Meredith Kercher, uccisa a Perugia la sera del primo novembre 2007 Il cinque dicembre 2009 Amanda Knox fu condannata a 26 anni, Raffaele Sollecito a 25 e, il 18 dicembre 2010, con il rito abbreviato, Rudy Guede a 16 anni. Il tre ottobre 2011 il processo d’appello mando’ assolti i due principali protagonisti mediatici: Amanda e Raffaele. Ma il 26 marzo 2013 la Cassazione ha ribaltato la sentenza e ha riportato sul banco degli imputato i due ex fidanzati. Tutto da rifare. Virtualmente per Amanda visto che, fino a questo momento, non ha mostrato alcuna intenzione di muoversi da Seattle per venire in udienza. Ho seguito quella vicenda fino al pronunciamento della Cassazione. Tra i miei appunti ho trovato quello che scrissi all’inizio del 2012 sulla barbara uccisione di una giovane studentessa inglese
MG

Amanda Knox (studentessa americana nata a Washington e cresciuta a Seattle, in Italia per un programma di studi internazionale, 20 anni all’epoca dei fatti) e Raffaele Sollecito, (studente in ingegneria informatica, barese, 23 anni compiuti il 16 marzo 2007) si conoscono da quindici giorni. Vivono tutti e due a Perugia, nel centro della vita universitaria dei fuori sede. Lei, insieme ad altre tre ragazze, tra cui l’inglese Meredith Kercher, 21 anni, studentessa del programma Erasmus, abita in una villetta antica in via della Pergola 7. Raffaele, invece, se ne sta da solo, aiutato da una colf ecuadoreña, in un appartamento al civico 110 dello storico borgo di Corso Garibaldi. Le due abitazioni sono molto vicine ed equidistanti da Palazzo Gallenga, sede dell’Università per stranieri. Deve essere stato un colpo di fulmine: Amanda ha dormito a casa di Raffaele la notte del giorno stesso in cui si sono conosciuti. Studio, canne, feste, sesso e qualche lavoretto saltuario: due sere a settimana che Amanda trascorre come cameriera al pub Le Chic, nel cuore di Perugia, dell’amico Patrick Diya Lumumba (che avrà un ruolo importante in tutta questa storia), zairese, 44 anni. E ancora: spesa al supermercato sotto casa di Raffaele, film al computer. Praticamente la ragazza di Seattle vive da lui. D’altronde se i suoi rapporti con le coinquiline Filomena Romanelli e Laura Mezzetti non le danno grossi problemi, con Meredith, secondo amiche inglesi di quest’ultima, non si prende molto. La ragazza originaria di Coulsdon, sud di Londra, non approva lo stile di vita di Amanda: «in camera l’americana tiene perfino i preservativi e un vibratore». Ci sarebbero poi le discussioni sui tempi non sempre puntuali dei pagamenti della sua quota di affitto: 300 euro al mese, un quarto dei 1200 totali, e il sospetto di un furto. Ma tanto c’è Raffaele, la sua casa di corso Garibaldi, la voglia di stare con lui.
Che gioia, dunque, quella sera del primo novembre 2007 quando, alle 20, a tutti e due sono saltati gli impegni previsti, il lavoro a Le Chic per Amanda, l’accompagnamento di un’amica alla stazione ferroviaria per Raffaele. Alle 20,40 finiscono la loro cenetta in corso Garibaldi. Raffaele due minuti dopo riceve la telefonata di suo padre che gli caldeggia la visione di un film, gioca un po’ al computer fino alle 21,10. Poi spengono i telefonini ed escono. Hanno tutta la sera e tutta la notte per loro. Tra le 21,30 e le 23 circa, raccontano alcuni testimoni, si fermano in piazza Grimana, a metà strada tra casa di Raffaele e quella che Amanda divide con Meredith e le altre due giovani. Alcuni ragazzi giocano a basket in un campetto pubblico di cemento. Palazzo Gallenga è chiuso. Raffaele e Amanda si abbracciano, si scambiano carezze e baci. Antonio Curatolo, un clochard che tutti i giovani perugini conoscono, come al solito riposa sulla panchina vicino all’edicola (vedi a pag. la ricostruzione a fumetti del processo). Osserva i due ragazzi, che ha già visto altre volte, e nota che Raffaele guarda spesso verso la discesa che porta in via della Pergola. Immagina che prenderanno la navetta per una delle discoteche dell’hinterland cittadino: ogni giovedì, in assenza di quello istituzionale, il servizio è organizzato dagli studenti. Invece no.
Intanto, all’interno di un appartamento di via Melo, da cui si vede parte del tetto della casa di via delle Pergola 7, Nara Capezzali, vedova da 20 anni, ha da poco preso le medicine che le servono per fare pipì. Compie quest’operazione ogni sera intorno alle 21,30, quando va a dormire. Le pasticche ci mettono un paio di ore a fare effetto, quindi minuto più minuto meno tra le 23 e le 23,30 si sveglia e va in bagno. All’altezza della finestra del soggiorno sobbalza: un urlo terribile, «non un grido normale», la paralizza per qualche istante. Poi guarda fuori, senza aprire la finestra, ma non vede nessuno.Tuttavia, sente trapestii veloci di persone che scappano in due direzioni: passi sul vialetto, poi altri su una scaletta di ferro. È spaventata, ansima. E prima di rimettersi a dormire si prepara una camomilla. Percepisce, dirà poi, che è successo qualche cosa di terribile.
Quel grido che fende la notte arriva anche fin dentro la casa di Antonella Monacchia, maestra, che abita in via Pinturicchio. Il suo sonno, iniziato alle 22 è interrotto prima dalla disperazione di una giovane ragazza che sta morendo violentemente, uccisa da mani che la strozzano rompendole l’osso ioide e da un coltello che le taglia la gola. E poi dalla voce concitata di due persone che litigano.
E qui inizia una storia di piste e di depistaggi, di certezze presunte e di contraddizioni. Di colpi di scena e di smentite repentine. Di verità quasi dimostrate e di bugie palesemente raccontate. Di pubblici ministeri, di avvocati e di giudici. Chi ha ucciso Meredith? Come? Quando? Perché? La storia processuale, che tiene banco da quattro anni, e che, probabilmente, non ha ancora finito di stupire, si svolge in migliaia di pagine. Deve spiegare perché in un primo tempo vengono condannati Amanda e Raffaele (a 26 e 25 anni per violenza sessuale e omicidio) nonché, in un processo parallelo, anche un ventenne ivoriano, Rudy Helmann Guede che, con rito abbreviato, si prende 16 anni per concorso negli stessi reati. E deve spiegare anche perché successivamente la Corte d’Assise d’Appello assolve la ragazza americana e il suo amico pugliese mentre resta in prigione, sempre per concorso, Rudy. Che senso ha? In concorso con chi? Se la Cassazione deciderà per l’annullamento della sentenza di assoluzione, potrebbero delinearsi scenari assai complicati.
D’altronde tutta la vicenda investigativa è complicata fin dall’inizio. Racconta di ladri che si introducono furtivamente nella villetta di via della Pergola per rubare un improbabile quadro di valore; ipotizza la presenza di pusher stranieri che stazionano in vecchie macchine scure davanti al cancello, tira in ballo protagonisti di altri drammi della cronaca nera italiana.
Un caso che, per paradosso, invece, sembrava risolto in poche ore: Amanda raccontò che a uccidere, mentre lei si trovava nella sua stanza di via della Pergola, era stato Patrick Diya Lumumba. Non era vero. Ma in questo modo Amanda, come si dice in “investigatese”, probabilmente pensando di allontanare i sospetti da se stessa, si poneva sulla scena del crimine. Circostanza, poi, sempre negata, nonostante altri riscontri, come un’intercettazione in cui diceva «Io ero lì» e che, per questioni di forma procedurale, l’accusa non ha potuto utilizzare. La studentessa di Seattle ha poi raccontato che la mattina del 2 novembre, dopo essere stata da Raffaele, era andata in via della Pergola per fare una doccia e che aveva trovato la porta di casa aperta, tracce di sangue sul lavandino e per terra, ed escrementi all’interno del water. Ma tutto ciò non le era sembrato strano al punto da allarmarsi. Era poi tornata infatti dal fidanzato senza più mettere piede nella propria abitazione, fermandosi in corso Garibaldi tutta la notte e dormendo fino alle 10 di mattina del due novembre. Il pubblico ministero e la polizia non le hanno creduto e, con riscontri investigativi, hanno fatto la loro ricostruzione. Crime prova a ripercorrerla. Dopo essere stati per un po’ in piazza Grimana, Amanda e Raffaele vanno in via della Pergola 7. A quel punto, dice la polizia, sono in quattro dentro la casa: Meredith, Amanda, Raffaele e Rudy Herman Guede, giovane, sportivo, che piace molto alle ragazze ma con una vita segnata dal dolore. Meredith e Rudy si trovano nella camera della ragazza inglese. Forse sono arrivati insieme, oppure lei lo ha fatto entrare perché sa che è amico del suo fidanzato. L’ipotesi che condannato nel primo processo Amanda e Raffaele è la seguente: i due si accorgono che Rudy sta obbligando Meredith ad avere un rapporto sessuale forzato con lui. Per loro la situazione è intrigante, anche perché sono euforici per via delle“canne”. L’accusa sostiene che Amanda e Raffaele entrano nella stanza e, insieme a Ruby, cercano di immobilizzare Meredith. Lei scalpita, non vuole. Conosce il karate e la kickboxing. Ma non basta: nulla può contro più persone che l’aggrediscono, la immobilizzano e la spogliano della felpa, dei pantaloni, delle scarpe, delle mutandine e le sollevano con veemenza la maglietta; le forzano, con un coltellino diverso da quello usato poi per sgozzarla, i gancetti del reggiseno che poi strappano e tagliano. Riesce solo ad allontanare con la mano, per qualche istante, la lama che l’ha uccisa. È questo, dunque, lo scenario? Rudy che trattiene Meredith, e Amanda e Raffaele che la uccidono? Secondo Rudy no. Il ragazzo ivoriano conferma in almeno due interrogatori che, vero, c’erano quattro persone in casa, però descrive una dinamica diversa. Secondo lui i fatti sono andati così: Rudy stesso, con le cuffiette dell’iPod alle orecchie, entra in bagno, dopo aver “fatto petting” con Meredith. Quando esce scorge prima un uomo, bianco, di spalle che scappa e poi anche Amanda, che riconosce. Aggiunge che Meredith è ferita e che lui cerca di tamponarle il sangue con gli asciugamani. Tanto sangue. Dappertutto: la scientifica ne troverà sulla porta d’ingresso del bagno usato da Amanda e da Meredith, sull’interruttore della luce, sulla scatola di cotton fioc sul lavandino. Nel bidet e nello stesso lavandino ci sono tracce biologiche miste di Amanda e di Meredith. Sul tappetino del bagno c’è il sangue di Meredith lasciato da qualcuno che camminava scalzo. Non Rudy, perché calzava le scarpe. Sul cuscino della ragazza uccisa c’è invece l’impronta di una scarpa di Amanda. (Tutte tracce raccolte dalla polizia insieme al dna di Raffaele sul gancetto del reggiseno e a dna misto di Amanda e Meredith su un coltello, trovato poi, e considerato l’arma del delitto. Questi indizi sono stati messi fuori uso durante il processo di appello dalla perizia della difesa di Raffaele Sollecito, che ha messo in dubbio i metodi di raccolta dei campioni. E si sono rivelati l’arma a doppio taglio che ha portato alla assoluzione dei due ragazzi). Secondo l’accusa, dopo l’omicidio, Raffaele e Amanda controllano che fuori non ci sia nessuno. A Raffaele (dice il pubblico ministero) viene un’idea. Esce e torna con un grosso sasso, rompe il vetro della finestra della stanza di Filomena, una delle ragazze che abitano con Meredith e Amanda, per simulare un furto. Ma dimentica di portar via qualche oggetto di valore tipo il computer: tanto disordine, vetri, ma non manca nulla. Ancora la requisitoria: prima di lasciare la casa di via della Pergola 7 Raffaele e Amanda tornano nella camera della vittima, facendo attenzione a non calpestare le macchie di sangue, e prendono i due telefonini di Meredith, di cui uno è intestato a Filomena. Intanto Rudy è scappato verso via Sant’Antonio e raggiunge le scale di ferro del parcheggio. Amanda e Raffaele escono poco dopo, gettano i due telefonini di Meredith tra i cespugli di via Sperandio. E vanno a casa di Sollecito, in corso Garibaldi. Alle sei del mattino riaccendono i loro cellulari. Alle otto meno un quarto del 2 novembre Marco Quintavalle, proprietario di un supermercato di piazza Grimana, molto conosciuto dagli studenti fuori sede, sta aprendo il negozio. Nota una ragazza appoggiata al muro esterno: jeans, cappotto grigio, berrettino e sciarpa che le copre il volto. Riconosce Amanda. Vede che va verso il reparto casalinghi, ma non sa né se compra né che cosa compra: alla cassa c’è una commessa, non lui in quel momento. La giovane americana esce, silenziosa, girando a destra, verso la casa di via della Pergola. Quintavalle ancora non sa che quel suo ricordo farà vacillare la credibilità dell’alibi di Amanda che racconterà, in seguito, di aver dormito a casa di Raffaele fino alle 10. «Chissà perché non mi risponde, le ho detto ciao. Forse ha qualche cosa: stralunata, rintontita, pallida come la ceramica» pensa Marco Quintavalle. Gli viene in mente di averla vista altre due volte nel negozio, da sola e con un giovane alto e magro. Le aveva anche parlato, in inglese, perché lei «in italiano non sapeva chiedere neanche uno sfilatino di pane», racconta oggi a Crime. Altro dettaglio inedito: il commerciante di piazza Grimana (ora ha venduto il negozio) ha visto insieme anche Raffaele e Rudy (che la difesa di quest’ultimo sostiene non essersi mai conosciuti): «Non so se si conoscevano. Però li ho visti entrare: Rudy comprò una Coca Cola, l’altro niente. Raffaele veniva spesso. Una mia commessa gli fece per un po’ anche da colf. Ma poi lei volle interrompere bruscamente quel lavoro».
Tra le 8 meno un quarto e mezzogiorno e sette minuti del due novembre, quando Amanda fa trillare per 20 secondi uno dei telefonini di Meredith, gettati la sera prima, ci sarebbe stato, dicono gli investigatori, tutto il tempo per tentare di ripulire la scena del crimine. Il trillo del telefono, però, viene sentito da una signora che trova prima uno e poi l’altro cellulare e avverte la polizia postale. Che, poco dopo, arriva in via della Pergola per riconsegnare i due apparecchi. Davanti alla casa dove è stata uccisa Meredith gli agenti trovano Amanda e Raffaele. All’una meno dieci circa Raffaele telefona ai Carabinieri, dopo aver parlato con sua sorella, tenente dell’Arma. Secondo l’accusa, perché teme che gli agenti della postale stiano per scoprire il cadavere. Fuori dall’appartamento arrivano anche Filomena e la sua amica Paola Grande insieme ai fidanzati.
La verità terribile è lontana pochi minuti. La porta della stanza di Meredith è chiusa a chiave. Bussano, ma non apre nessuno. La polizia decide di sfondare la porta. Lo fa, con un calcio, Luca Altieri, fidanzato di Paola Grande. ll piede di Meredith spunta dal lenzuolo che copre il corpo.
Marco Gregoretti
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