L’ INGOMBRANTE PASSATO DEL SOTTOSEGRETARIO ANTONIO BARGONE

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  • Testata            Panorama
  • Data Pubbl.     10/12/1998
  • Numero           0049
  • Numero Pag.   62
  • Sezione            ATTUALITA’
  • Occhiello         SPINE NEL GOVERNO L’ INGOMBRANTE PASSATO DEL SOTTOSEGRETARIO ANTONIO BARGONE
  • Titolo  “MI MANDA D’ ALEMA”
  • Autore MARCO GREGORETTI DANIELE MARTINI
  • Testo

AVVOCATO IN CARRIERA – Antonio Bargone, 51 anni, è nato a Brindisi. Laureato in giurisprudenza, è avvocato. Nel ‘ 96 è il regista dell’ incontro tra D’ Alema e Antonio Di Pietro. – Dirigente del Pci. Nell’ 87 e nel ‘ 92 viene eletto deputato nella circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto, nel ‘ 94 entra alla Camera con il proporzionale. – Sottosegretario ai Lavori pubblici nel governo Prodi, è stato confermato nel governo D’ Alema. E’ molto amico del presidente dell’ Enel, Chicco Testa. Bargone chi? Ora che il suo nome è su tutti i giornali, collegato alle vicende della questura di Brindisi e all’ arresto del questore di Milano, Francesco Forleo (vedere l’ articolo a pagina 83), sembra provocatorio chiedersi chi è Antonio Bargone. Ormai sta diventando famoso: diessino, intimo di Massimo D’ Alema, fan di Antonio Di Pietro e del presidente della Camera, Luciano Violante, sottosegretario ai Lavori pubblici. E crocifisso dalle accuse. Sospetti così infamanti e ingiuriosi che la sua poltrona governativa sta vistosamente vacillando. Tanto che la sera di martedì 1 dicembre, quando è stato visto entrare a Palazzo Chigi, nessuno ha pensato che per un sottosegretario quella fosse una visita normale in un posto normale. Anzi, gli scrutatori del Palazzo hanno messo in giro la voce delle dimissioni. L’ opposizione lo vorrebbe cacciar via, ma anche a sinistra c’ è mugugno nei confronti di Bargone e perfino Ottaviano Del Turco, presidente socialista dell’ Antimafia, lo critica con asprezza. Scoppiato il caso Forleo, un deputato di Alleanza nazionale, Enzo Fragalà, ha ritirato fuori una vecchia storia di politica e malavita pugliese, la testimonianza di un pentito, Antonio Screti, secondo il quale Bargone avrebbe avuto rapporti con la sacra corona unita, la mafia di quelle parti. Una storia che si era affacciata nelle aule del Parlamento già qualche anno fa, quando presidente dell’ Antimafia era Violante, e chiusa con l’ archiviazione. “Troppo sbrigativo” tuonano dall’ opposizione. Anche perché, nel frattempo, alla prima accusa si è aggiunto un carico da novanta: uno dei poliziotti arrestati della questura di Brindisi, Pasquale Filomena, sosterrebbe che ci sono intercettazioni dalle quali sembra risultare che Bargone, avvocato con avviato studio in corso Umberto I a Brindisi (chiuso solo un anno fa), avrebbe chiesto con discrezione ai giudici di accomodare certe sentenze. E qualche magistrato avrebbe detto sì. Un vespaio di accuse e sospetti, oltre che di condizionali, che fanno di Bargone l’ uomo del momento. Ma va detto che Bargone è stato l’ avvocato di Vito Ferrarese, il contrabbandiere vittima della sparatoria in cui è implicato Forleo, e che si è sempre opposto alla rete di potere costruita dall’ ispettore Filomena. Un’ opposizione che però è scomparsa al momento della nomina di Forleo a questore di Milano. Non una parola, infatti, si è levata da Bargone (che aveva un incarico di governo) per segnalare anomalie o quantomeno riserve sull’ assegnazione della prestigiosa sede al questore Forleo. Solo fino a pochi anni addietro Bargone era uno sconosciuto, un peone del Transatlantico e ancor prima un avvocato di provincia con la passione per la politica, prima nei gruppi extraparlamentari e poi nel Pci. A lungo nel suo partito Bargone ha contato poco, anzi pochissimo, sia a livello locale sia nazionale. Nei primi anni Ottanta era un semplice consigliere comunale e neanche tra i più in vista. E’ stato D’ Alema a soffiare il vento nelle vele molli di Bargone. In quegli anni l’ attuale capo del governo fu inviato in Puglia da Botteghe oscure, e non trovò le fanfare ad accoglierlo. Anzi, scoprì un partito che lo accettava con il mal di pancia e dovette ingaggiare una battaglia per imporsi: dopo qualche tentennamento, Bargone gli fu alleato. Il sodalizio non si è più sciolto. Bargone è stato inserito con tutti gli onori nel clan del Salento, un gruppo ristretto e granitico, legato da vincoli politici e amicizia personale, incardinato nel collegio elettorale e nei suoi dintorni come lo era il vecchio notabilato dell’ età giolittiana. Man mano che D’ Alema cresce, i componenti del clan avanzano con lui. Bargone non fa eccezione. Cinquantun anni, deputato per la prima volta nel 1987, dopo anni di seconda fila nelle commissioni parlamentari Bargone esplode politicamente quando D’ Alema diventa segretario del partito, non più Pci, ma Pds. Qualche tempo prima si era messo un po’ in mostra come relatore della legge sugli appalti, nota come legge Merloni. Da quel momento i lavori pubblici diventano la sua seconda pelle politica. In quella veste fa un pressing spietato su Paolo Baratta, il ministro di quel settore nel governo di Lamberto Dini, perorando la causa delle strade e dei grandi lavori in Puglia e presentandosi sempre con il nome di D’ Alema in bocca. Qualche tempo dopo arriva il suo grande momento: le elezioni del ’96 danno la vittoria all’ Ulivo e Bargone, che non è riuscito a farsi eleggere, diventa sottosegretario. Ai Lavori pubblici, ovviamente, con Antonio Di Pietro ministro. Una delle sue prime mosse è di commissariare l’ Acquedotto pugliese, la più grande “fabbrica” della regione, dove viene insediato Lorenzo Pallesi, un ex repubblicano ed ex presidente dell’ Ina. Al ministero dei Lavori pubblici i due, Bargone e Di Pietro, si squadrano e dopo un po’ si piacciono. Nasce un legame profondo e Bargone fa da ponte tra l’ ex magistrato e D’ Alema. E’ lui che alcuni mesi più tardi, dopo l’ abbandono del governo da parte di Di Pietro, organizza la cena nella quale all’ ex magistrato viene offerto dall’ Ulivo un seggio di senatore nel Mugello contro Giuliano Ferrara, candidato del Polo. La cena si tiene a Testaccio a Roma, nello stesso palazzo dove abita Ferrara, ma ovviamente in un altro appartamento: quello di Nicola Latorre, ora capo della segreteria di D’ Alema e in precedenza segretario di Bargone ai Lavori pubblici. Latorre è un altro del clan salentino e nella sua casa sarà celebrato un altro incontro conviviale diventato famoso: la “cena del risotto” di D’ Alema, quella ripresa da una telecamera e trasmessa da Porta a Porta di Bruno Vespa. Fra tanti impegni di politico e di uomo di governo, Bargone ora si è fatto romano, ma le sue radici restano ben piantate in Puglia. E’ lì che conserva una rete fittissima di conoscenze e rapporti. Alcuni dei quali imbarazzanti. Come quelli con Aldo Rollo, 58 anni, imprenditore edile, e Vito Mascolo, ex presidente dell’ Ente porto di Brindisi, scelto dal Polo, ma poi entrato in sintonia anche con il centrosinistra. Entrambi sono finiti nei guai per storie diverse, ma in qualche modo collegate. Il primo, Rollo, è comparso davanti ai magistrati alcune settimane fa ed è un amico stretto di Bargone; i due si incontravano spesso al Circolo del tennis e a Brindisi molti giurano che l’ imprenditore avrebbe accompagnato in più occasioni con la sua Mercedes il politico durante i suoi giri nell’ ultima campagna elettorale. E più di una volta, successivamente, l’ impresario edile si sarebbe vantato in giro dei suoi rapporti con il sottosegretario diventato nel frattempo responsabile dei lavori per il Giubileo. Rollo fu arrestato il 29 aprile 1997 durante una retata della Finanza battezzata operazione Atlantide: 34 tra professionisti, commercianti, artigiani brindisini accusati di riciclaggio esercitato attraverso l’ acquisto di titoli di Stato grazie alle decine e decine di miliardi di lire provenienti dal contrabbando di sigarette. Un traffico gestito in accordo con i D’ Oriano di Napoli, armatori interessati, tra l’ altro, alla banchina Costa Morena del porto di Brindisi e per questa via in collegamento con il presidente Mascolo e in società con la compagnia portuale, organizzazione da sempre sponsorizzata con forza da Bargone. I guai di Mascolo con la giustizia sono da collegare a irregolarità che sarebbero state compiute nella gestione del porto e a una serie di assunzioni clientelari effettuate su richiesta di politici. Secondo quanto riportato dai giornali locali, tra questi ci sarebbe anche Bargone. Un peccato veniale, forse, rispetto a quelli tremendi che da più parti gli stanno scaricando addosso. Ma sempre un peccato.